Scaleta? Non solo un nome !

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Era il 20 Aprile del 1954 quando mio nonno Domenico, muratore da appena due anni, incominciò a posare i primi sassi che poco dopo sarebbero serviti per costruire la sua prima casa: la Scaleta. Come tutte le case che venivano costruite a quei tempi, anche per questa, sarebbero serviti una grande quantità di sassi e una buona porzione di legname. Un terzo dei sassi furono raccolti dalle “Coe”, zona che si trova nelle vicinanze dell’abitato dei Casei; il resto fu invece recuperato dalla montagna Ceramont, nelle zone vicine a S.Antonio. Il 7 Settembre, giorno antecedente il patrono del paese di Piazze, dello stesso anno (1954), mio nonno appese sulla cima della casa l’albero: gesto che veniva tradizionalmente rispettato ogni qualvolta si finiva di costruire la parte in muratura di un’abitazione.

Scaleta non è quindi soltanto un diminutivo riferito ad una scala di legno di dimensioni più piccole ma ha anche un significato affettivo molto importante; il valore dei sacrifici fatti da mio nonno per costruire la sua prima casa e il tempo dedicato alla lavorazione delle scale che lo portarono a sistemare la casa dove si sposò con mia nonna, a costruirne un’altra e superare quell’epoca che veniva definita di “miseria”.

Già a dodici anni, nel 1941, mio nonno Domenico, incoraggiato dai nonni paterni, imparò piano piano a realizzare quelli che in dialetto trentino chiamiamo “i cestoni”; poco più tardi, nel ’46, quando aveva appena 17 anni, spinto dalla necessità dell’epoca, intraprese un nuovo mestiere: l’arte delle “scale”. Nei mesi freddi, quando non poteva lavorare come muratore, si dedicava alla lavorazione del legno per realizzare prima nella casa nativa e poi a casa sua, nel camerone interrato, quello che gli avrebbe dato la possibilità di vivere una vita più serena. Le scale realizzate durante l’inverno venivano poi vendute alla fiera di Santa Croce che ogni anno si teneva il 3 Maggio a Trento città. Una dopo l’altra, le scale venivano esposte lungo le mura di Piazza fiera.

Ma come venivano portate le scale fino a Trento? Una volta ultimata la produzione, si chiamava “el Carador” che con il suo carro munito di “slonga”, trainato dal mulo o dal cavallo, caricava le scale per portarle in città; il nonno partiva il giorno prima con la sua bicicletta, si fermava alla baita dei vigneti di famiglia che si trovava a Torcio e poi proseguiva per raggiungere il centro. Negli anni successivi, oltre al nonno che vendeva le scale, c’era anche la nonna che teneva la contabilità e i soldi raccolti. Erano anni in cui questo tipo di artigianato era diffuso nei paesi di Piazze ma anche Regnana e Brusago; le scale venivano realizzate con forme e metrature diverse, dalle più piccole, 10 scalini con tre metri di lunghezza, alle più lunghe, 40 scalini con dodici metri di lunghezza.

Questo oggetto dell’artigianato locale è sempre stato molto usato sia in tutto l’Altopiano sia nelle valli limitrofe dai contadini che lo utilizzavano per raggiungere le cime degli alberi da frutta, meleti e ciliegi, al momento della raccolta.

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